Inviato da : Admin Giovedì, 28 Gennaio 2010 - 09:44
CHI SI E' ARRICCHITO
SULLE SPALLE DEGLI IRREGOLARI?
La rivolta degli extracomunitari in Calabria porta alla luce molte contraddizioni: chi oggi critica il ministro Maroni, il quale ha rimarcato come il punto chiave delle problematiche dell'immigrazione sia il fenomeno della clandestinità, sono le stesse persone che contestavano nell'estate scorsa le politiche di controllo e pattugliamento delle frontiere marittime con le azioni di contrasto contro il traffico di clandestini dalle coste africane".
Il presidente del gruppo regionale della Lega Nord-Liga Veneta, Roberto Ciambetti, incontrando dei lavoratori in cassa integrazione dell'arzignanese ha notato poi "l'incongruenza della incredibile presenza di centinaia di lavoratori clandestini - ha detto Ciambetti - impiegati in agricoltura in una terra dove la disoccupazione, non solo giovanile, appare endemica: è un controsenso mantenere migliaia di lavoratori magari in cassa integrazione o assicurare assistenza grazie alla rete del welfare nazionale e poi scoprire che l'agricoltura locale e i proprietari terrieri sfruttano in maniera abnorme centinaia di disperati stranieri". L'esponente leghista poi ha rammentato come "per anni noi della Lega abbiamo messo sull'avviso dei rischi dati da frontiere groviera e non si tratta di giocare allo scaricabarile, come dice Bersani: c'è chi sulle spalle degli immigrati si è arrichito e non mi riferisco solo alla 'ndrangheta calabrese o a chi controlla il caporalato in Campania, in Sicilia o in Puglia. C'è chi ha fatto lauti profitti e ha scaricato nella colletività i costi di una politica dell'accoglienza che in realtà fa l'interesse di pochi a danni di tutti. Trovo inquietante, infine, che sia proprio la Calabria, la terra dove la 'ndragheta ha sfidato proprio in questi giorni lo stato ricevendo una durissima risposta dal governo, dalla magistratura e dalle forze dell'ordine e anche dalla popolazione - ha concluso Ciambetti - a conoscere questa rivolta di immigrati: non dico che questa rivolta sia stata una prova di forza manovrata da chi è stato colpito duramente dall'azione del ministro Maroni, che ha colpito in maniera durissima la malavita organizzata con arresti eccellenti e con il sequestro di beni di malavitosi per centinaia e centinaia di milioni di Euro; dico che la disperazione di tanti clandestini può giungere utile a chiunque abbia fini eversivi. E anche di questo devono rendersi conto i troppi che, alcuni certo per malinteso senso di solidarietà, altri invece per preciso calcolo politico-economico, nella speranza magari di precostituirsi una futura base elettorale e di consenso persa oggi tra i lavoratori, hanno creato queste sacche di disperazione sia impedendo e criticando aprioristicamente una politica dura di respingimenti, controlli e repressione della clandestinità, sia favorendo una politica dell'accoglienza di manodopera anche in zone del Paese dove la disoccupazione è una piaga sociale".
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Re: RIVOLTA IN CALABRIA
da Anonimo 18 Feb 2010 - 17:26
Sorprende vedere - anche dopo i recenti fatti di Milano - parlare sempre di problemi di integrazione: e sempre con una nota di implicito rimprovero, come se fossero gli italiani a discriminare gli extracomunitari, a non "integrarli". Stranamente non sento mai parlare, invece, del concetto di "integrabilità", che dovrebbe essere - per logica - presupposto dell'integrazione. Inutile parlare della seconda se non sussiste la prima: condizione necessaria, anche se non sufficente. L'integrabilità presuppone, a sua volta, due condizioni:
1) l'idoneità del soggetto che deve essere integrato, la sua capacità di integrarsi - e questa dipende in primissimo luogo dalle sue potenzialità intellettive, dalla sua capacità di adattamento e dalle sue radici culturali (quindi soprattutto dalla capacità di apprendere la lingua del Paese ospite e di assimilarne la cultura e i meccanismi di interazione sociale), e
2) dalla sua disponibilità ad integrarsi, quindi dalla sua volontà di fare proprie, o comunque accettare le strutture comportamentali e culturali di cui sopra.
Penso che siano pochissimi gli extracomunitari che soddisfano ambedue queste condizioni. E vorrei fare un esempio, quello della Germania - senza neanche parlare di magrebini o di africani neri.
Avendo abitato, da nord-italiano perfettamente integrato, per piú di trent'anni in Germania ed avendovi conosciuto molti stranieri (in primo luogo meridionali italiani e immigrati turchi) penso di poter dire che l'atteggiamento base di questi stranieri sia di sostanziale rifiuto dell'integrazione. E' gente venuta in Germania a cercare lavoro e benessere - e basta. Non vogliono "integrarsii". I meridionali italiani cercano - nel migliore dei casi, cioè quelli onesti - di accumulare un gruzzoletto per comperare qualcosa "al paese" e tornarci una volta raggiunta la pensione. Quelli meno onesti (una minoranza) lavorano spesso ai margini della legalità, sfruttando il garantismo dello Stato tedesco e ridendo di "quei deficenti" che si fanno fregare cosí facilmente. Nel complesso si può comunque dire che la maggioranza dei "Gastarbeiter" italiani abbia accettato le regole della società tedesca, anche senza "integrarsi", e abbia trovato con i tedeschi un "modus vivendi" accettabile, fino al ritorno in patria.
I turchi, a differenza degli italiani, rifiutano sostanzialmente i tedeschi: li considerano efficenti decadenti datori di lavoro. Per loro (anche per quelli piú colti ed educati) le tedesche sono poco piú che meretrici, nel migliore dei casi donne usa-e-getta. E' un rifiuto totale. I rapporti con il Paese ospite sono ridotti ad un minimo: i turchi in Germania - e parliamo di 3 milioni di individui - cercano quello che la sinistra italiana chiama "ghetto", cioè quartieri in cui concentrarsi, in cui creare reti di negozi turchi, con asili turchi, scuole di corano turche e cosí via. La "Klein-Ankara" di Berlino, il quartiere di Kreuzberg, è oggi una "enclave" turca nel cuore dell'Europa, una piccola Turchia - voluta dai turchi, non imposta dai tedeschi...
I tedeschi hanno anzi fatto di tutto e di piú per integrarli - ma con magri risultati. Gli "integrati" sono una minoranza: in genere si tratta di laureati, liberi professionisti, funzionari. La grande massa, anche di 2°/3° generazione, vive all'interno della propria comunità (con bassissimo livello di formazione scoalstica/professionale e grande percentuale di disoccupazione). Il risultato sostanziale della "politica di integrazione" si concentra in una frase che ho letto - già molti anni fa - sul muretto di un piccolo parco della "Sternschanze", uno dei quartieri piú turchi di Amburgo: "Deutsche 'raus", cioè "Via i tedeschi" (dalla Germania). E quando un alto funzionario (socialdemocratico) della Bundesbank si permette di rimarcare pubblicamente la situazione, viene quasi linciato mediaticamente. Bel successo...
Questa è, p Leggi il resto del commento...